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In ricordo di te (parte II)
Una folle corsa in preda alla disperazione più cupa, mi portò sotto casa sua, tutti erano lì: parenti, amici e compagni di scuola. Salivano a turno per non affollare la casa già fin troppo piccola.
C’era anche l’insegnante di marketing che tra i docenti di quell’ultimo anno, era stato l’unico veramente in grado di mettersi al di là della cattedra…dalla nostra parte, dove il limite tra insegnante e alunno non si nota, lo accantoni per un attimo, in una lezione che dai libri si proietta in una lezione per la vita.
Arrivai con gli occhi pieni di lacrime e il respiro affannoso (pochi chilometri separavano la sua casa dalla mia, era sempre stato facile raggiungerci in poco tempo, per raccontarci un episodio nuovo della giornata o fare un veloce ripasso prima del compito d’inglese dell’indomani).
Una nostra compagna mi abbracciò caldamente e mi sussurrò frasi di circostanza, mentre intravedevo un volto familiare
che uscìì proprio in quel momento dal portone come per prendere una boccata di aria fresca, e i nostri sguardi si incrociarono.
Sua mamma indossava un pantalone grigio e una maglia nera, non ero abituata a vederla vestita così: sempre allegra, sceglieva sempre
abiti dai colori vivaci e solari, come il suo sorriso…che da adesso non avrei rivisto per molto tempo.
Ci incontrammo a metà strada, io non osavo dire nulla che fosse retorico e scontato. Lei mi guardò intensamente e mi allargò le braccia.
In un secondo fui da lei, nascosi la mia testa nel suo petto e il nostro dolore esplose in un pianto liberatorio ma composto.
Piangevamo insieme la persona che amavamo tanto, seppur in modo diverso, e che ci aveva tragicamente lasciate nel dolore più atroce e lacerante, nell’addio eterno a cui ognuno di noi non è mai realmente pronto.
Il funerale si svolse due giorni dopo, in una mattina piovosa…come quei tristi commianti che spesso si vedono nei film americani, dove la pioggia si mescola alle lacrime e l’ombrello diventa come uno scudo per non mostrare quegli occhi rossi, segni indiscussi di un dolore troppo grande.
Non uscii di casa per settimane, tutto mi sembrava inutile e indegno di essere vissuto, visto che adesso non potevo più condividerlo con lei.
Fu quella volta che capii l’importanza di un’amicizia vera, ora che l’avevo persa per sempre. Tutte le parole che non arrivaii a dirle, rimangono dentro…bruciano come fuoco.
Tante cose avrei voluto viverle con lei al mio fianco, ma mi consola il pensiero che forse da lassù….un angelo dai riccioli color dell’oro mi sorrida quando, passeggiando in quella stessa spiaggia, mi perdo davanti all’immensità di quel Grande Blu che tutti chiamano mare.
Indivisibili
Era lì, in un fresco pomeriggio estivo. Sentiva forte il bisogno di cercarlo.
Non resistette alla tentazione di appartenere a lui, in un’ora di passione incontenibile, dove le loro fantasie si intrecciarono…in un abbraccio sinuoso e complice. Tutto attorno a loro scomparse e si trasformò in quello che veramente desideravano.
Cambiano i luoghi, si scambiano i ruoli e in un spazio indefinito le parole lasciano spazio all’emozioni più incontrollabili e alle fantasie più nascoste.
Unica tacita e inviolata legge da rispettare: “mai pronunciare la parola Amore” …non è solo sesso ma loro sanno che quella parola ne implica altre e poi altre ancora: promesse, fedeltà, coppia …ma ad entrambi non è concesso tutto questo. Insieme sono e non sono.
A volte sono coppia, altre lui e lei. Legame strano e a tratti incomprensibile, il loro.
Ma in fondo non chiedono di essere compresi.
Sanno che è più facile essere attaccati che capiti.
Minacciati che compresi.
E’ un filo sottile, un nodo che li lega da tanto e che ogni giorno diventano consapevoli che possa slacciarsi da un momento all’altro, e questa triste possibilità rende tutto ancora più fragile e importante.
Mai lei avrebbe pensato a lui, in questa situazione. Mai avrebbe creduto possibile esistessero dei legami così forti ma anche tanto effimeri.
Se mai arriveranno a scrivere la parola fine, sarà mai finita davvero?
Questo e molto altro lei chiese, in quel pomeriggio di fine luglio, al suo “compagno”,
in questo viaggio di un sentimento che un nome ancora non ha.
Noi gente del sud
Con una valigia di sogni, lasciamo la nostra terra
nella speranza di un futuro migliore.
Con una scatola di dolci della nonna, lasciamo il nostro mare
nella speranza di trovare un lavoro che dia pane ai nostri figli.
Con una macchina stracolma di ricordi, lasciamo le nostre famiglie
nella speranza di poter tornare un giorno da loro, per sempre…
felici e con qualche soldo in più, con una valanga di esperienze da raccontare.
Ma siamo ancora in una città a noi straniera,
parliamo male questo dialetto non nostro dimenticandoci spesso
le nostre antiche tradizioni.
Ormai non speriamo altro che in due settimane di ferie
per tornare a vedere quei sorrisi familiari
e quei profumi a noi cari.
Le favole che raccontiamo ai nostri figli
non parlano di scarpette scordate o di burattini bugiardi,
narrano di uomini di mare che in balia delle onde,
pregano la Vergine di poter fare ritorno a casa, con una barca stracolma di pesce.
Ogni anno che passa è un anno lontano da quello che sentiamo “nostro”
….ci dicono che “la nostra casa abita nel nostro cuore”….
ma che fatica a volte aver voglia che
le festività passino in fretta
perchè fa troppo male stare lontano da tutto quello che
ancora e sempre abbiamo caro.
In ricordi di te (parte 1)
“Penso ad un banco in seconda fila, i quaderni sparsi per prendere appunti, l’odore di gesso alla lavagna e la gomma in cima alla matita: che comoda invenzione!
Il banco vicino alla finestra l’avevamo scelto insieme…per controllare il tuo motorino, quello posteggiato sempre nel solito posto e sempre maledettamente sporco di sabbia.
La sabbia che ci portavamo dietro dalla spiaggia in cui andavamo quando non avevamo studiato bene la lezione.
Quelle si che erano mattine di sole, mare e risate…quanto imbarazzo quando un ragazzo ci fischiava dietro…lo salutavamo pure ma poi ci giravamo perchè diventavamo rosse in viso dall’emozione.
Gli asciugamani bagnati stesi su una cabina, al lido, per farli asciugare in fretta e il costume sempre ben nascosto sotto i vestiti per non farci scoprire dai nostri genitori…altro che scuola!
Noi andavamo dove i gabbiani li vedevamo da vicino, dove il gelato sostituiva il classico panino.
Pomeriggio sui libri con accanto la merenda che mia nonna ci aveva preparato e i jeans uguali che il sabato prima avevamo comprato ad un mercatino.
L’anno più tosto fu quello degli esami..che ansia, terrore allo stato puro di “non farcela”.
Ma tu non eri più accanto a me…tu eri con quella tipa nuova arrivata l’anno prima. Quella con i capelli ricci che si atteggiava già a donna e che appena apriva bocca, uscivano solo malignità e bugie.
Io l’avevo già capita al volo, lei non voleva la tua amicizia ma il tuo boyfriend (come lo chiamavamo noi). Solo che tu pendevi dalle sue labbra solo perchè aveva una bella comitiva e vestiva alla moda.
Pensavi che fossi gelosa e, onestamente non eri in errore ma io avevo solo te e tu me, dalle elementari….sempre insieme.
Quando lui ti lasciò tu venisti a piangere da me, ed io ti abbracciai lo stesso…ti volevo bene e non ti ho mai portato rancore.
L’esame lo passammo tutti…la scuola era finita e davanti a noi il nostro futuro, pieno di speranze, sogni nel cassetto e anche qualche lacrima per quegli anni che ci avevamo visti crescere.
Non seppi mai nulla di te: nè che lavoro facessi o se quel boyfriend, la tipa riccia, te lo aveva portavo via per sempre o se era tornato da te, chiedendoti perdono.
Non seppi nulla fino a quella mattina, quando sul giornale che aveva comprato mio papà…lessi quell’articolo.
L’articolo più brutto di tutta la mia vita. Il titolo mi preannunciava già che quella sarebbe stata una mattina piena di lacrime:
SCONTRO MORTALE TRA UN MOTORINO E UN TIR
1 GIOVANE VITA SPEZZATA
la tazzina da caffè mi cadde per terra, frantumandosi in mille cocci.
Immobile con il giornale sul tavolo della cucina … non emisi nessun suono, non mi scivolò nemmeno una lacrima.
Non era il momento nè il luogo…strappai la pagina in cui avevano pubblicato la tua foto e uscii di casa senza dire ai miei manco una parola”.
continua…
Volevo solo dormire
Lenzuola stropicciate, cuscino sudato, occhi sbarrati nel vuoto. Giro e mi rigiro nel letto in cerca della posizione che mi faccia scivolare nel sonno più profondo ma niente, quell’orologio sul comodino non smette di fare “tic tac tic tac”…lo prendo e lo chiudo dentro un cassetto.
Torno su quel letto maledetto…tutta la casa è avvolta da uno splendido silenzio ma perchè io non riesco a dormire lo stesso? Dalla finestra entra un filo di luce, sottilissimo ma a me sembra accecarmi….mi rialzo e scendo in cucina: apro il frigo e bevo un sorso d’acqua.
Adesso che faccio? Accendo la tv? Naaa…sono le 2 e mezza, non c’è mai nulla di interessante a quell’ora.
Pc? Ma si dai….lo accendo e mi ritrova sola, nel web. Di giorno c’è così “rumore” che non riesco ad ascoltare nemmeno i miei pensieri ma la notte è pura desolazione. Tutti a dormire tranne me? Probabile….la luce del monitor, nell’oscurità, mi da fastidio agli occhi (e penso che a quell’abajour dovrò cambiarle la lampadina.. da tempo fulminata, prima o poi). Basta, spengo tutto e torno in quel ODIOSO letto…ci rirprovo per l’ennesima volta ma la testa inizia il “valzer dei pensieri” … rivedo immagini di ieri, cose da fare l’indomani, parole dette, altre urlate…mi tappo le orecchie come se potessi “zittire” il tutto e corro fuori dal letto. Mi dirigo in bagno, apro il rubinetto e mi getto in faccia l’acqua fredda…brrrr ….AZZ, ora sono più sveglia di prima.
Mi avvolgo in una vestaglia calda e riscendo in cucina, scaldo un pò di latte e mi siedo sul nudo pavimento…nel buio e penso a quante notti passerò così se non trovo una “soluzione” al più presto. Il latte scende giù nella gola, sembra calmarmi la tosse che mi aveva tormentato un’ora prima. Mi decido…torno a letto e spero che sia l’ultima volta …mi tolgo la vestaglia mi infilo sotto il piumone, cerco un pensiero felice ma trovo solo domande e tutto lo stress accumulato nella giornata….mi viene da urlare…stringo i denti e chiudo i pugni. Rimango ferma, rigida in quel letto che sembra rifiutarmi. Mi accorgo di avere la mascella serrata, le unghie mi stanno per trafiggere i palmi delle mani, gli occhi bruciano e, ormai abituati all’oscurità, sono fissi al soffitto.
Ed ecco l’ennesimo rumore….un altro, ma da dove viene? Che nervi, cosa c’è adesso? Cosa devo nascondere dentro un altro cassetto? E mi accorgo che è solo il battito del mio cuore…di giorno impercettibile, adesso batte più forte che mai…e penso: “questo non posso racchiuderlo manco nell’armadio”, che nerviiiiiiiiii!!!!
Non ne posso più, mi viene da piangere…mi metterei quasi a stirare…in piena notte…pur di far qualcosa che mi faccia distrarre e non pensare al sonno tremendo che ho.
Mentre sto per rialzarmi per l’ennesima volta, in lontananza un suono familiare….scendo i gradini a piedi nudi verso il salotto….non vedo nulla ma quel suono continua a ripetersi ogni 2 minuti. Dentro di me penso “smettila, smettilaaa”…guardo sul tavolo niente! Sul tappeto pieno di giocattoli idem! In cucina apro gli sportelli….niente! E quel suono continua a tormentarmi, mi fa male le tempie…non la smette più…giro come uno zoombie, in preda al nervosismo più totale, passo davanti ad uno specchio: non mi riconosco! Poi intravedo una lucina che lampeggia lì, tra i cuscini del divano. Mi avvicino piano, mi strofino gli occhi con una mano e riconosco qull’oggetto. Il mio cellulare! Mannaggia, ho dimenticato di spegnerlo…vedo sul display una bustina che lampeggia, un messaggio a quest’ora?
Lo leggo tutt’ad un fiato: “Amore, ho scordato di darti un bacio prima di andare al lavoro, scusami…ero di fretta. Ti mando un bacio adesso, da quì…altrimenti so che poi non riesci ad addormentarti. Ti amo, a domattina”!
Sorrido e piango insieme….e sussurro: “ecco cosa c’era che mi mancava stasera”!!!
Torno a letto, i miei muscoli sono ormai stanchi…mi intrufolo tra le lenzuola e abbraccio il mio cuscino, stavolta sorrido perchè ho trovato il mio pensiero felice, mentre il sole sta ormai sorgendo.